I GIORNI CHE NON TI ASPETTI

Estratti dei capitoli



Il passato come luogo d’incontro dei vissuti, è il teatro dove si svolge un percorso che ha come punto d’inizio un libro comperato per caso in una bancarella da un ragazzo che non aveva mai letto in vita sua. Quel libro neppure guardato, dato in prestito ad una studentessa del liceo, è la rincorsa verso un futuro da riscrivere. La ragazza borghese da nemica di classe diventa punto di riferimento per il giovane poco avvezzo alla cultura e alla frequentazione scolastica. Il successivo incontro con un insegnante prete scompagina l’esistenza dello studente di elettrotecnica, stabilendo di fatto per lui un nuovo punto di inizio della sua esistenza scolastica vissuta fino a quel momento nel bar di fronte alla scuola. Solitudine, fatica, inadeguatezza alla nuova situazione generano quel naturale travaglio che vive chi si appresta a ricominciare una vita. Quel libro comperato nella bancarella e letto solo per compiacere la ragazza, reca sotto forma di titolo la dicitura della materia che il ragazzo avrebbe insegnato un giorno “Verso una psicologia dell’arte” solo che al momento quel ragazzo studia elettrotecnica, non ama la letteratura e dell’arte non gliene importa niente. Può un libro pagato novecento lire cambiare il percorso della vita di un uomo?

Cap. I
“...Via Dante l'avevo percorsa con le lacrime agli occhi. Il bisogno di stancare le gambe e la testa mi aveva condotto sotto il portico del Comune dove il signor De Petri, incontrato sulle scale, si era limitato a salutarmi facendo finta di nulla. Piazza della Loggia, trasformata all'improvviso in un cumulo di ricordi da sparpagliare con le dita, aveva assunto sembianze spettrali. Mi stavo chiedendo se sarei riuscito a dormire la notte in quel letto e, quante altre volte, quelle lenzuola, avevano accolto corpi diversi...”

Cap. II
“...Per quelli come me, convinti che l'algebra fosse una malattia della pelle, la scuola era semplicemente un pretesto per non andare a lavorare. Che in classe ci fossero gli insegnanti si poteva sopportare, quella che mi sembrava eccessiva, era la pretesa di starli a sentire. Dal fondo della classifica maturata in tre anni di scuola dell'obbligo, nel giro di qualche settimana, avevo risalito delle posizioni; con grande stupore mi accorsi di non essere tra i peggiori. C'era chi, convinto che fosse meglio abbondare, metteva l'apostrofo a caso. Mi convinsi di essere comunque finito nell'inferno studentesco, quando a lezione di elettrotecnica vidi scritto alla lavagna “l'aradio”...”

Cap. III
“...Quando le chiesi se ricordava chi fossi, disse: “Certo, sei quello che è venuto quando sono andata via. Anche tu pensi che sono stata stronza?” Non pensavo a niente, la guardavo e basta. Avrei voluto chiederle perché avesse deciso di abbandonare le cure quel giorno, ma era semplicemente inutile fare domande. Fu lei che guardandomi disse: “La magia non ha fatto effetto, quindi sono tornata. Tu dici che è tardi?” Che era tardi lo avevo capito da un calcio dato con forza dal dottore all'armadietto delle medicine, ma a lei cosa potevo dire?...”

Cap. IV
“...Il tempo che passa, quando lo vedi scorrere davanti agli occhi tutti i giorni, ha la consistenza di un ferro che divide il passato dal presente. Alessandro lucida col gomito i ricordi che si porta appresso, senza i quali, qualsiasi ritorno a casa sarebbe un trascinarsi. I suoi lineamenti garbati che fanno pensare alla saggezza, mi scorrono dentro. Non lo so se quelli che fanno rumore sono i ricordi di quando lo vedevo arrivare al casale con la vespa per consegnare a mio padre le scarpe da lavoro. Di quella timidezza nascosta dietro i tronchi d'ulivo riassaporo le paure di quel bambino che fuggiva sempre davanti al nuovo...”




Note biografiche scritte da Federica

Conosco Fiorenzo Mascagna dai tempi della scuola ed ho avuto il privilegio di leggere il manoscritto che ancora riportava le cancellature ed altre varie annotazioni che non sono riuscita a decifrare. Mi è stato dato dall'autore il compito di scrivere la sua biografia, perché, dice lui, dovrei conoscere la sua vita. La ritengo una cattiveria sottile che mi ha obbligata a documentarmi, una specie di vendetta legata a fatti d'altri tempi. Se non ricordo male è nato nell'agosto del 1959, mi pare il 18. Quello di cui sono sicura è che è nato a Caprarola, cioè dove sono nata anche io. Quando ci siamo conosciuti, studiava elettrotecnica al Professionale di Stato e voleva terminare gli studi per iscriversi alla facoltà di Sociologia. Ha preso la qualifica da elettrotecnico, ma la sua Maturità è quella dell'Istituto d'Arte dove si è diplomato per poi completare di studi artistici all'Accademia di Belle Arti di Viterbo, diplomandosi in scultura, da secchione come me, con il punteggio di 110/110 e lode, discutendo la tesi “Concetto di luogo nella scultura”. Altra cosa vera che ha scritto in questa pubblicazione è che ha insegnato Teoria della percezione e Psicologia della forma nella stessa Accademia che lo ha visto studente. Non è invece vero che il suo percorso di vita sia stato così fortemente condizionato dal fatto di avermi conosciuta. Credo invece che Don Cionco prima, Aurelio Rizzacasa e Cesare Milanese poi, abbiano contribuito non poco alla sua personale crescita culturale, per altro difficile da catalogare. Che Fiorenzo Mascagna sia uno scultore lo testimoniano le sue apprezzate opere, che tra l'altro ho occasione di vedere tutti i giorni quando vado al lavoro, vivendo in prossimità della piazza che accoglie due suoi lavori. Altri interessi, non ultimi quelli letterari e la sua passione per l'insegnamento, ne fanno una persona poliedrica, capace di operare una buona sintesi tra le esperienze artistiche ed i vissuti dell'uomo. Sono un medico e quindi non me la sento di tracciare un profilo critico dell'artista; posso solo dire che le sue sculture mi trasmettono serenità e nelle cose che scrive ritrovo la magia di chi veramente può sentirsi miracolato, visto che i suoi primi trascorsi scolastici non sono stati dei migliori e nulla lasciava presagire quello che sarebbe successo poi. Ho letto con interesse il suo ultimo libro sulla teoria e psicologia del colore e della forma, ritrovando dentro il testo argomenti dei quali mi aveva parlato abbondantemente a voce. Credo comunque che lui sia particolarmente affezionato alla sua prima pubblicazione del 1985, “Il verso delle cicogne”, con la quale ha vinto il premio nazionale di poesia “Roma oggi”, soprattutto perché a premiarlo fu uno dei suoi poeti preferiti: Mario Luzzi. Lo scrivere è dunque un aspetto importante della sua attività, quello che non capisco è perché Fiorenzo Mascagna continui a definirsi scultore e basta. Nel leggere il manoscritto, ho ritrovato parte della mia vita e credo sia normale che ricordi così esplicitamente espressi possano provocare emozioni difficili da spiegare. Ho letto il libro come se la Federica del racconto non fossi io, perché alcune cose che Fiorenzo ha scritto non corrispondono esattamente al vero ed io, ovviamente, per rispetto del racconto e dell'autore, non le svelerò mai. Ho riflettuto su fatti e situazioni estendibili ad altri ambiti e, se il lettore si è sentito coinvolto da quello che ha letto, credo che questo possa significare che dentro il libro Fiorenzo non ha soltanto messo buona parte della sua vita, ma gran parte della vita degli altri.




Prefazione di Alessandra Maiorino

“Conosci te stesso” era il monito che campeggiava sulla porta dell’antro della Pizia delfica. Un monito pieno di saggezza, valido in ogni epoca e ad ogni latitudine. Lo sforzo di conoscere e riconoscere se stesso è il primo impegno necessario per vivere un’esistenza consapevole e l’unica rocca da cui poter estendere il proprio sguardo sul mondo, sperando di comprenderne qualcosa. Identificare se stesso e distinguere il proprio io dal resto degli individui non è atto di superbia, bensì l’unica via attraverso la quale si possa poi intendere ed apprezzare l’altro da sé, senza timore di confondersi o rimanerne soggiogati. E’ un cammino faticoso, pieno di insidie e di canti di sirene che, con carezzevole ipocrisia, cercano di dissuadere dal compiere questa vana fatica, sussurrando che è tanto più comodo e dolce lasciarsi andare, adeguarsi ad essere semplicemente ciò che gli altri vedono in noi, per essere meglio accettati, meglio compresi e non provare più alcun dolore, immersi nell’anestetico abbraccio dell’inconsapevolezza.

I giorni che non ti aspetti narra, con evidenti valenze autobiografiche, il disagevole percorso intrapreso da un uomo per uscire dal proprio guscio, per farsi padrone del proprio destino, strappando da sé quella sorta di etichetta che proprio il destino gli aveva appiccicato addosso e scegliendo egli stesso cosa essere, chi diventare. Non si tratta certo di titanico e roboante eroismo, ma di grande coraggio umano. In un mondo che, mentre ci lusinga con i suoi frenetici ed esaltanti progressi tecnologici, ci stordisce con i suoi continui inviti a sognare di poter avere tutto e ci distoglie dal sacro diritto, o dovere, di sognare invece cosa essere, eclissando nel fumo delle sue gridate offerte il piacere di immaginare chi vogliamo diventare, la voce serena di Fiorenzo Mascagna ci ricorda quanto ciò sia in realtà molto più necessario al raggiungimento di quella felicità che ogni essere umano agogna per sé. La più alta ambizione possibile non è quella di possedere cose, ma quella di poter dire, al bambino che eravamo, se ce lo trovassimo un giorno davanti: ecco, ho realizzato i tuoi sogni, sono quello che volevi essere da grande, non ti ho dimenticato, né tradito. Certo, ci vuole anche fortuna; bisogna trovare, sulla propria strada, i segnali che indichino la via, ma questo non è sufficiente; il merito dell’uomo e la sua abilità stanno nel riconoscerli e nell’essere così forte da seguirli, anche quando tutti, comprese le persone che lo amano di più, dicono, in buona fede, che è una follia, che quella strada non porterà a nulla e che i sogni sono solo inconsistenti illusioni. Fiorenzo Mascagna è oggi un apprezzato scultore e docente all’Accademia di Belle Arti, ma non ha dimenticato le sue radici, e il mondo semplice che scolpisce in bassorilievo sullo sfondo della sua storia, è il mondo della tranquilla vita di provincia, con i suoi ritmi lenti e naturali, con le stagioni che scandiscono il tempo dell’uomo. La linfa vitale che pervade il narrato è la stessa che anima l’autore: dall’antica saggezza contadina egli ha appreso che ci vuole del tempo per vedere i frutti di quanto si è seminato, bisogna sapere aspettare, e dalle pagine del romanzo lancia la sua tacita sfida alla società del “tutto e subito”. I personaggi intagliati in questo mondo divengono, fra le sua mani, rappresentanti di un’umanità che rischia di svanire, inghiottita nel caotico traffico del progresso omologante. Una profonda sensibilità consente all’uomo e all’artista di cogliere i gesti e i silenzi che costituiscono la vera ricchezza dell’esperienza del singolo e, traducendoli in un linguaggio che tocca corde inconsuete, li materializza e li rende fruibili senza che quei gesti e quei silenzi perdano la loro fragile, impalpabile consistenza. E’ forse l’allenamento ad usare lo scalpello e la pratica a far emergere, attraverso esso, la grazia e la flessuosità di un giovinetta dalla dura pietra che ha insegnato a Fiorenzo Mascagna a ricreare quelle atmosfere e quelle ambientazioni intime e rarefatte che ciascuno porta dentro di sé, ma che il più delle volte, quando si cerca di far rivivere descrivendole, perdono gran parte del loro fascino e vividezza, appesantite dall’incontro con la realtà esterna. E’ caratteristica esclusiva degli uomini attribuire significati altri a quanto accade loro e proprio nel significato attribuito ad un evento, che ad altri può apparire banale, si concretizza l’identità particolare di ciascun individuo, diverso da ogni altro. Può un libro acquistato per caso su una bancarella, senza per altro alcuna vera intenzione di leggerlo, mutare il corso di un’esistenza? Sì, se noi decidiamo di dare a quell’avvenimento un valore speciale. La simpatia che suscita il protagonista del romanzo è tutta nel suo costante non prendersi troppo sul serio, nel rimanere cosciente dell’arbitrarietà di certi significati, eppure nell’agire in base ad essi in modo serissimo. Le valenze autobiografiche contenute nel romanzo, più che segnare una linea di confine tra narratore e lettore, segnano anzi un punto di incontro; la semplicità e la naturalezza con cui Fiorenzo Mascagna descrive sentimenti, situazioni e punti di vista generano complicità e partecipazione. Nella massificazione del gusto, in cui finiscono inevitabilmente anche le produzioni artistiche e intellettuali, I giorni che non ti aspetti rappresenta una piacevole, sorprendente eccezione. Senza avvalersi dei colpi di scena e degli artifici narrativi così comuni al nostro tempo da apparire doverosi, la narrazione avviluppa l’attenzione del lettore, trasportandolo in una realtà intimistica e familiare, quasi ascoltasse il racconto di un amico. E’ una scelta stilistica matura e ponderata, dovuta probabilmente anche all’esperienza di docente dell’autore, che conosce il valore di un linguaggio che con semplicità e naturalezza riesca a trattare anche delle cose più difficili e a toccare con dolcezza gli argomenti dolorosi e tragici che fanno spesso parte del bagaglio dell’esistenza. Intessuto di personali considerazioni e riflessioni, quello che emerge con maggior forza dalle pagine del romanzo è la rara sensibilità di uno sguardo sul mondo che è in grado di abbracciarlo così com’è, senza chiedere scioccamente al mondo di cambiare, ma pretendendo quel cambiamento da se stesso. E’ la storia di un’inversione di marcia, di un lento ma caparbio risalire la china, di uno svegliarsi da quel torpore in cui è dolce lasciarsi scivolare, ma che determinerebbe il tradimento del sé e la morte del sogno che anima la vita di ogni uomo. Quasi un controcanto al verghiano mondo dei “vinti”, la vicenda del protagonista si pone come un suadente memento: se qualcosa di buono il progresso ha portato con sé, è la possibilità concessa all’individuo, occidentale e contemporaneo, di scegliere una strada diversa da quella che la sua origine sembra avergli assegnato: tutto ciò che occorre per farlo è volontà e determinazione. Così il vecchio e triste cappellaio Alessandro, emblema di quella società in cui si è ciò che era tuo padre, racconta delle sue frustrate ambizioni, affidando al protagonista, un uomo che ha avuto la possibilità e il coraggio di seguire le proprie, gli arnesi di un mestiere che ormai non serve più a nessuno. Il quadro degli studenti “segaioli”, invece, che si ritrovano nel retro del bar vicino alla scuola e menano il loro tempo nell’ignavia e nell’incoscienza del domani, dipinto con i toni empatici e caldi dell’affetto e al contempo del distacco di chi fu uno di loro, induce la malinconia per un futuro a cui si è rinunciato prima ancora che avesse inizio: quei tanti Lucignolo, cui tutti siamo pronti a dispensare benevoli sorrisi, abdicano di fatto alla costruzione del loro domani, e il nostro sorriso, riletto tra le pagine di Fiorenzo Mascagna, si rivela in realtà carico di tutta la sua compiacente indifferenza. I giorni che non ti aspetti è un invito garbato a far tesoro delle proprie esperienze, a non vivere la vita in frammenti che hanno senso solo se presi singolarmente, ma a tenere sempre un vigile sguardo sul tutto, perché domani diventeremo quello che ieri abbiamo scelto di essere, senza soluzione di continuità.

Alessandra Maiorino




Storia riassuntiva del libro

Maria, un'archeologa conosciuta ad un convegno presso la facoltà di Conservazione dei beni culturali di Viterbo, convince l'artista a trasferire nella città lombarda la sua attività di docente e scultore. Avvalendosi di numerose conoscenze in ambito artistico ed universitario, riesce ad ottenere in breve tempo per il fidanzato un incarico all’'Accademia delle Belle Arti di Brescia e conseguentemente gli organizza una mostra nelle prestigiose sale del museo dove lavora la ragazza. Nel giro di pochi mesi, i sogni di una vita dell'artista incominciano a prendere corpo sotto la sapiente regia di Maria. Il pomeriggio che precede l'inaugurazione della mostra, il protagonista, si accorge di essersi dimenticato a casa il progetto di sperimentazione didattica da consegnare al Direttore dell'Accademia. Essendo l'ultimo giorno utile per presentare la proposta, decide di approfittare della pausa pranzo per andare a prendere i fogli dimenticati. Giunto a casa, trova Maria a letto con una ragazza. Stupore, rabbia, incredulità si mescolano nell'istintiva reazione di lasciare la casa sbattendo la porta. In un solo istante sogni e progetti svaniscono nel nulla. Prendere la macchina e lasciare la città è quello che l'artista vorrebbe fare ma c'è la mostra organizzata per il giorno dopo. Decide comunque di spegnere il telefono e girovagare senza meta. Tornato a casa a notte fonda si addormenta sul divano. Maria, il mattino seguente, confessa al fidanzato di avere tendenze lesbiche ma che avrebbe voluto preservare il loro rapporto da situazioni come quelle viste dal convivente. Durante la mostra i due non si parlano. Lui sa già che a fine serata tornerà a Caprarola senza dire nulla a Maria. La chiama durante il viaggio solo per dirle di non aspettarlo per cena e di disdire tutti gli appuntamenti. Ferito ed amareggiato, decide di tornare a vivere nel casale della sua infanzia. Di fatto, dopo mesi di intenso lavoro, si ritrova a dover ricominciare tutto da capo. Il casale ormai disabitato sembra essere il luogo adatto per ricominciare a vivere una nuova vita. Il suo ritorno, mascherato da motivi di opportunità professionale, preoccupa i suoi genitori che si prodigano per rendere accogliente la sua futura dimora. Riprende vecchie frequentazioni preoccupandosi di nascondere a tutti le vere ragioni del suo ritorno. Il ventitré di Dicembre incontra per le vie del paese la sua amica Federica, che ha sempre rappresentato per lui un punto fermo di riferimento. Esserne stato innamorato in passato è motivo di costante imbarazzo ma comunque Federica, ormai sposata con un suo amico, è la sola alla quale poter confessare l'accaduto, è anche la sola a non credere alla versione ufficiale del suo ritorno. La ragazza, sospettando scenari diversi, prova a farsi raccontare le ragioni dell'improvvisa fuga da Brescia. Le risposte vaghe del suo amico non la convincono e si ripromette di andarlo a trovare al casale per farsi dire la verità. Contro ogni più logica previsione, Federica, va a fargli visita a casa il giorno dopo. Federica aveva conosciuto Maria e siccome non le era piaciuta, sospetta qualcosa di molto simile della verità che stava per venire a galla. Il sacco viene vuotato per intero, il racconto dell'amico è dettagliato e minuzioso. Federica aggiunge di aver avuto, nell'estate appena trascorsa, sospetti che la sua fidanzata fosse lesbica. Il clima si fa pesante, i due parlano a lungo e tra le cose che prendono luce emergono confessioni reciproche. Federica ammette che in un lontano giorno del 1982, quando i due frequentavano la scuola, era andata al lago per cercarlo, visto che lui le aveva scritto una lunghissima lettera per confessarle di essere innamorato di lei, solo che al lago, insieme a lui, c'era una ragazza. Inaspettatamente i due si baciano. In qualche modo il debito con il passato è saldato. Frastornati dall'accaduto, i due decidono di non vedersi più. E' la vigilia di Natale, lui, invitato a cena dai suoi genitori, lascia il casale per dirigersi a piedi in paese. Durante il tragitto pensa a quello che era successo la mattina sentendosi doppiamente sconfitto. Una volta a cena, il pensiero va a Federica ed a tutte le diversità che avevano contrassegnato il loro percorso. Federica è una ragazza borghese e suo marito un ingegnere. Sentendosi confuso, decide di rimanere a casa dei suoi solo per lo stretto indispensabile. Tornato a casa, riprendere a scrivere il piccolo saggio al quale aveva lavorato nei giorni precedenti. Mentre sta rileggendo il manoscritto si addormenta sulla sedia.

Passano sei anni. Il protagonista si ritrova seduto su quella stessa sedia ed ha tra le mani il libro nato da quegli appunti. Federica nel frattempo ha avuto una bambina e lui ha ottenuto la cattedra all'Accademia di Belle arti di Viterbo. Il casale, divenuto ormai accogliente, è il luogo da dove guardare il mondo. Quello che continuamente si fa strada nella mente del ragazzo, ormai divenuto uomo, è il mistero del suo percorso di vita legato ad un libro, ad un prete e alla conoscenza di Federica. Ripercorre i tempi della scuola quando lui, da ragazzo che non aveva mai studiato, si trova a comperare in una bancarella un libro dal titolo “Verso una psicologia dell'arte”. Nulla di strano se lui fosse stato un amante della lettura e dell'arte. Quel libro, comperato senza alcun motivo da un ragazzo che frequentava un istituto professionale, sarebbe stato in futuro il motivo scatenante di un repentino cambiamento di rotta. Al ritorno a scuola, dopo le vacanze di Natale, una fitta nevicata impedì al pullman degli studenti di raggiungere Viterbo fermandosi sul Passo del Cimino. All'euforia dei ragazzi si contrappone il disappunto di Federica che frequenta il Classico e che lui conosce soltanto di vista. Alcune battute scambiate a proposito della neve e della scuola mettono in contatto i due ragazzi, evidentemente molto diversi tra loro. Lei una secchiona del Classico, lui uno studente di elettrotecnica neppure bravo a scuola. Lei borghese e lui in vena di idee rivoluzionarie corredate da giornale infilato nella tasca, abbigliamento in stile e capelli spettinati. Mentre parlano sapendo di non avere nessun punto di contatto in comune, da sopra i libri di scuola cade, finendo sotto il sedile del pullman fermo in una curva, il libro comperato dal ragazzo nella bancarella di Piazza del Sacrario. Lei lo raccoglie e, stupita, dice al ragazzo che quel libro lo stava cercando da giorni. Lei conosce l'autore, lui soltanto il prezzo del libro che porta a spasso da giorni. Alla richiesta di Federica di avere in prestito il libro quando il ragazzo lo avrà terminato, lui risponde che può prestarglielo anche subito, visto che lo ha già letto. Come spesso succede quando una bugia tira l'altra, il ragazzo, non pago di quella che ha appena detto, incomincia a raccontare di sé dicendo cose non propriamente corrispondenti al vero. Contraddicendo tutta la sua filosofia di vita, si accorge che vuole piacere a quella ragazza. Federica ha fondamentalmente assistito ad una prova d'attore e benché alcuni dubbi fanno vacillare la credibilità delle cose ascoltate, decide che può essere vero che uno studente del professionale abbia interessi di questo tipo. In fondo la cultura non può essere soltanto patrimonio di quelli che frequentano il liceo. La principale preoccupazione di lui è costituita dal fatto che il libro prestato a Federica non lo ha neppure aperto. Siccome avrebbero dovuto parlarne, il problema si poneva. Arrivato a scuola con ritardo, a causa dell'abbondante nevicata, il ragazzo cerca il professore di italiano, Don Cionco, col quale ha un buon rapporto, e gli espone l'accaduto. Per il professore l'unica soluzione è quella di leggere velocemente il libro prestato alla ragazza. Non solo il destino gli ha fatto comperare il libro che reca la dicitura della materia che avrebbe insegnato molto tempo dopo, ma gli ha anche fornito un meraviglioso pretesto per leggerlo tutto d'un fiato. Complice la sua prima lettura ed il desiderio di piacere a quella ragazza del Classico, incomincia ad interessarsi di cose che mai avrebbe pensato potessero finire dentro la sua vita. Prende a frequentare regolarmente le lezioni, lascia i vecchi amici con i quali marinava la scuola, incomincia a frequentare un circolo culturale e la biblioteca. Sotto l'attenta guida del professor Cionco, recupera il ritardo accumulato nei programmi scolastici e quello nei confronti di Federica, visto che alla ragazza ha mostrato di sé non quello che è effettivamente ma quello che vorrebbe essere. Le passioni culturali della ragazza lo influenzano a tal punto da fargli rompere con il passato di ragazzo scapestrato. Si occupa di politica e si avvicina al mondo dell'arte. Dopo qualche tempo, terminati gli studi al Professionale, si iscrive all'Istituto d'Arte per poi completare gli studi artistici presso l'Accademia di Belle Arti. Questa rocambolesca inversione di rotta rispetto al suo recente passato provoca solitudine, visto che nessuno dei suoi amici lo segue nella sua nuova strada. Federica, continua ad essere l'irraggiungibile ragazza borghese predestinata ad una vita dorata senza sussulti. E' la sua unica vera amica ed è anche la ragazza della quale è segretamente innamorato. Due ani dopo essersi diplomato all'Accademia, ottiene la cattedra di psicologia dell'arte. Federica si è laureata in medicina e lavora nella farmacia di famiglia. E' il periodo del suo ritorno da Brescia, quando Federica lo va a trovare a casa per farsi raccontare le vere ragioni della sua fuga dalla città lombarda.

In questi giorni, fatti di dispense da scrivere per i suoi studenti e di rare frequentazioni, recupera il rapporto con il suo amico Bruno, frattanto diventato un valido chitarrista. Amareggiato dal mancato invito ad un convegno sul Manierismo, per il quale stava già scrivendo un intervento, si consola uscendo con il suo amico, che lo mette al corrente del concorso vinto da Federica come assistente all'Università di Perugia. Sebbene l'insegnamento in Accademia gli dia maggiori sicurezze rispetto al passato, continua a percorrere il duplice cammino legato alle due grandi passioni del ragazzo divenuto nel frattempo uomo: le pietre e le parole. Pur conducendo una vita regolare, è soggetto a cicliche ricadute influenzali che lo costringono periodicamente a letto, fino a quando le analisi cliniche conseguenti ad uno svenimento svelano la vera natura del suo malessere. Una brusca caduta delle difese immunitarie impone accertamenti ematologici attraverso i quali gli viene diagnosticato il tumore del sangue. Il quadro clinico della situazione appare subito grave. Il duro percorso che si impone è quello chemioterapico, al quale infatti si sottopone. Nel corso delle visite preliminari, conosce in ospedale Angelica, una ragazza affetta dalla medesima malattia ma che ha già deciso di non sottoporsi alla chemioterapia, optando per cure alternative. I due, nel farsi reciprocamente gli auguri di guarigione, si incamminano verso strade diverse. Iniziano i trattamenti e lui si trova spesso a pensare a quella ragazza dai capelli folti ricci e neri conosciuta nella medicheria dell'ospedale. Di tanto in tanto chiede notizie di Angelica ma nessuno sa che fine abbia fatto. Gli viene semplicemente detto che, dopo aver firmato la cartella clinica, è sparita e basta. Il periodo della cura, sebbene duro e pieno di complessità, rivela la natura degli affetti delle persone che ha intorno. Anche se malato, prova uno strano senso di benessere dovuto alla vicinanza di amici e studenti che lo vanno a trovare spesso. Giunto al penultimo ciclo di chemioterapia, viene accompagnato in ospedale dal suo amico Bruno. Prima la notizia della morte di Fabrizio De André, poi un calcio dato con forza da un medico all'armadietto di ferro delle medicine fanno piombare l'ospedale in un clima da incubo. Angelica, ormai in fin di vita, è stata riportata in ospedale. La rabbia del dottor Polidori sfogata contro l'armadietto è seguita da pesanti parole all'indirizzo di quelli che hanno convinto Angelica a seguire cure alternative. Le condizioni della ragazza sono molto gravi e lui decide di andarla a trovare prima di abbandonare con il suo amico Bruno l'ospedale. La decisione istintiva è quella di occuparsi della ragazza. Nonostante le sue condizioni di salute non gli consentano una vita normale, due giorni dopo, all'insaputa di tutti, prende la macchina e va a far visita alla ragazza portandole alcune cose dentro una busta. Angelica, condotta in ospedale da alcuni amici, non ha nessuno che possa occuparsi di lei. I genitori sono morti entrambi ed il fratello è rinchiuso dentro una comunità di recupero per tossicodipendenti. Tra i due nasce una bella amicizia e, benché le condizioni della ragazza siano molto gravi, insieme riescono ad alleviare le loro reciproche sofferenze. Decide di realizzare per la ragazza un monile lavorando di notte. Quando non può andarla a trovare, le telefona chiedendo sempre se le serve qualcosa. Dopo qualche giorno, sentendo che la ragazza non risponde al telefono, chiama in corsia. Gli viene detto dalla capo sala che Angelica è morta durante la notte. La ragazza ha lasciato per lui una busta che contiene una lettera, il cellulare ed una spazzola per i capelli. Tornato in ospedale per il suo ultimo ciclo di chemioterapia, si intrattiene con un'infermiera che gli racconta le ultime ore della ragazza. Lui, pur soffrendo in modo lacerante per la scomparsa di Angelica non ha trovato la forza per recarsi in camera mortuaria il giorno della sua morte. Terminato il ciclo, gli viene dato l'appuntamento per la TAC che dovrà fare nei giorni seguenti per verificare lo stato dei linfonodi. In base alla risposta degli esami devono essere stabiliti i dosaggi per la radioterapia che dovrà fare. Chiede all'infermiera se questi ulteriori trattamenti siano necessari, gli viene detto che i risultati della TAC servono solo per stabilire il tipo di bombardamento radioattivo e che comunque saranno necessari. Una volta a casa, decide di fare una lunga passeggiata fino al bar. Prima di far ritorno al casale, avverte la strana sensazione di fortissimo odore nell'aria, tanto da chiudere le narici con le dita. Arrivato stanco al casale, si distende sul letto e si addormenta. Il risveglio è accompagnato da una sensazione di grande appetito. Strano, a cinque giorni da una somministrazione chemioterapica è improbabile che si possa avere un grande appetito e soprattutto è impossibile che il cibo possa avere un qualche sapore. Si precipita in cucina, prende una manciata di sale e la mette in bocca. Mentre sputa tutto nel lavello, si rende conto che la sensibilità nei confronti dei sapori è tornata del tutto. Decide quindi di cucinarsi una bistecca e mangia voracemente tutto quello che di commestibile trova nella dispensa. La sua periodica visita in ospedale per i rituali esami del sangue evidenzia il ritorno ai valori normali dei globuli bianchi ed anche l'esame della TAC non presenta alcuna situazione critica. Il dottor Polidori e la dottoressa Cristina, dopo essersi consultati, decidono che la programmazione dei cicli radioterapici può essere annullata in quanto gli esami e le analisi non presentano alcuna situazione di sofferenza clinica. La dottoressa Cristina gli comunica che è guarito e che dovrà tornare in ospedale soltanto per i controlli di rito. Lentamente la vita torna a fluire dentro le cose da fare. I mesi trascorsi, sebbene lo abbiano duramente segnato, sono serviti per comprendere molte cose. Aver scampato la morte è sempre un portarsi appresso il valore della vita. Il cortile del casale torna ad essere popolato da attrezzi di lavoro ed anche la scuola si riaffaccia dentro la sua vita. Sono giorni di riflessione profonda. Una veloce rilettura del passato gli offre l'occasione per interrogarsi su fatti e situazioni che hanno determinato il suo percorso. Tornano gli anni della sua infanzia e quelli che hanno preceduto l'incontro con Federica. Inevitabilmente pensa al libro prestato alla ragazza quel giorno. Si interroga sul destino cercando di capire se le tessere del mosaico che hanno composto la sua esistenza sono frutto della casualità o appartengono ad un disegno prestabilito. Il libro comperato sulla bancarella in anni non sospetti che reca la dicitura della materia che avrebbe in seguito insegnato, il sostegno di Don Cionco, la forza di un amore che lo spinge a cambiare la sua vita, l'incontro con Vittorio lo scalpellino nel giorno del suo compleanno. Sono giorni caratterizzati da una amicizia pensata inizialmente come impossibile con Alessandro, il cappellaio del paese. Quest'uomo vecchio, dalla personalità signorile, è lo specchio della sua stessa vita. Attraverso questa presenza, ripercorre la sua infanzia di bambino scapestrato che giocava a pallone davanti alla bottega del cappellaio. Alessandro è un uomo saggio e solo. L'ammirazione dei due è reciproca, anche le loro solitudini sembrano somigliarsi. Le passeggiate che il vecchio cappellaio si concede nei giorni di Domenica, lo conducono al casale. Queste sono le occasioni per conoscersi meglio. Quello che prima di questi incontri era semplicemente un cappellaio si rivela un uomo molto colto. Con lui parla di letteratura e filosofia, gli argomenti di storia dell'arte sono occasioni per lunghi scambi di opinione. Alessandro parla spesso del suo migliore cliente, che è il dottor Fausto, tessendone elogi. Il dottor Fausto, oltre che essere il migliore cliente di Alessandro, è anche il padre di Federica. Inevitabilmente i due finiscono col parlare della ragazza. Le foto che Alessandro mostra del dottor Fausto con i suoi cappelli, spesso ritraggono anche lei. A questo punto l'artista decide di consegnare nelle mani di Alessandro il libro prestato a Federica quel giorno, con la promessa che il prossimo libro da far leggere al cappellaio sarà un libro diverso: dentro ci sarà anche parte della vita di Alessandro.


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